2009-02-24 19:50:33
Il combattimento di massa nel medioevo
Il combattimento di massa nel medioevo
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Nell’intento di rendere quest’articolo fruibile e di piacevole lettura abbiamo preferito non addentrarci in modo approfondito in tematiche da addetti ai lavori. per chi volesse approfondire l’argomento rimandiamo ai testi citati in bibliografia. Buona lettura! |
E’ irresistibile. date in mano una spada a chiunque e in men che non si dica lo vedrete simulare all’aria attacchi e parate. Qualcuno particolarmente estroverso si spinge in volteggi e simula “a bocca” lo scontro delle lame.
Si, talvolta basta anche una spada in plastica.
A tutti piace l’idea del cavaliere che combatte epici duelli e che si distingue in battaglia in intrepide azioni ma come doveva essere la realtà vissuta all’epoca?
L’idea del combattimento medioevale risente molto della sua immagine romantica dovuta, a tutta una letteratura di genere che ne ha costruito ed esaltato il mito.
Nulla di strano come in tanti film, se si eccettua forse Braveheart, venga riproposto questo cliché e di come la stragrande maggioranza degli appassionati di fantasy condividano questa immagine edulcorata.
La realtà storica, invece, come dimostrano trattati, reperti e sperimentazioni alla mano, era ben altra cosa. Per capirlo, però, occorre addentrarsi in un mondo completamente diverso dal nostro.
La violenza nel medioevo
All’epoca molto probabilmente un ragazzino di dodici anni aveva già visto, fatto e subito più violenza di quanto potrebbe oggi un uomo comune nell’arco della sua intera esistenza. Si aggiunga il fatto che quella che per noi oggi è l’adolescenza, era di fatto, per quei periodi un’età adulta e che sviluppo, vita e morte, seguivano periodi e cicli notevolmente più rapidi rispetto ai nostri.
Molto, di quello che era normalmente vissuto e dato per normale, per noi oggi non è nemmeno immaginabile. L’amministrazione della giustizia (l’uso della tortura, il supplizio inflitto a seconda dei vari reati, e i modi orribili di giustiziare i colpevoli), il modo di regolare le controversie (duello giudiziario, prove di Dio) e il concetto stesso di divertimento (battagliole tra quartieri o paesi fatte a sassate o a colpi di mazza e scudo) ci proiettano in una realtà davvero aliena dalla nostra.
Quando ci avviciniamo al modo di combattere dell’epoca, dunque, è bene tenere presente di una quotidianità nella quale la violenza era parte integrante.
Dover combattere o fare ricorso alla forza era una qualità che potrebbe essere paragonabile al nostro saper usare i programmi base di un computer. Una conoscenza forse non comune ma sicuramente condivisa e di cui un grandissimo numero di persone, pur non conoscendola a fondo, sa, quanto meno, di cosa si tratta.
La manualità nel Medioevo
Così, se la nostra era è quella della tecnologia e della comunicazione, quella medioevale può dirsi quella della Manualità. L’uso delle mani e del corpo semplicemente era imprescindibile. I lavori erano tutti pressoché manuali e richiedevano una conoscenza degli strumenti da usare precisa ed efficiente. non immaginiamo, per quel che concerne il combattimento, contadini esperti nelle arti marziali (come spesso si favoleggia in alcuni sistemi di matrice orientale). Un contadino, un fabbro, un boscaiolo o un macellaio non avevano nè tempo, nè voglia dopo una durissima giornata di lavoro di fare altro, tantomeno di allenarsi o di inventarsi un qualche modo raffinato per adattare i loro utensili alla guerra. Ma va da se che un boscaiolo sapeva come usare efficacemente una scure o un fabbro una mazza per colpire qualcosa e farlo a pezzi.
... ben diversamente da noi oggigiorno...
Queste abilità erano abilità condivise da larghi strati della popolazione e tenute, quotidianamente e giocoforza, ben allenate.
La scherma da campo.
I trattati che ci sono pervenuti erano per la maggior parte destinati aceti alti della società. Un pubblico nobile che poteva permettersi di finanziare un maestro d’armi, il suo tempo per la messa in opera di un volume più il costo dei materiali, della scrittura e miniatura dello stesso. Spese non da poco riservate ai nobili che, veri e propri professionisti della guerra, avevano a disposizione di armamento specializzato e di alta qualità, cavalcatura e spesso, con la speranza del riscatto, la possibilità in battaglia per nulla remota di essere presi come prigionieri piuttosto che uccisi.
A questi personaggi interessava il combattimento in termini di duello (giudiziario o d’onore) e in termini di giostra ovvero tecniche raffinate che potessero metterli in vantaggio rispetto ad altri; se dovevano affrontare la spesa di un libro difficilmente se lo sarebbero fatto fare su un addestramento di base che conoscevano già benissimo.
Sarebbe come se oggi un manuale di scuola guida spiegasse in dettaglio su che cos’è il volante, su come e perché si gira e che ruotandolo verso destra la macchina va a destra.
La trattatistica classica può dirsi imparentata (e forse nemmeno un parente stretto) con quello che era il combattimento sul campo ma di sicuro non era il combattimento sul campo. Per rendersene conto basta sfogliare alcuni manuali più recenti riservati all’addestramento specifico di corpi militari (ce ne sono di molto interessanti del XIX° secolo) e notare come ciò che si insegna concerne parate, attacchi e spostamenti di base, con particolare attenzione per la loro esecuzione in formazione ordinata.
Essenziale e automatizzato alla perfezione sono i due termini che descrivono bene la formazione di un soldato non tecniche raffinate, lunghe combinazioni di attacchi contrattacchi e contrattacchi sui contrattacchi.
In battaglia, nell’enorme confusione della mischia, devi saper fare poco, molto bene e con grande decisione. Quando si è sotto forte stress psicofisico, infatti, è davvero impossibile, oltre che inutile, provare azioni complesse.
Lo scenario di una battaglia
Il contesto di una battaglia è un mondo a parte. lasciate davvero perdere i film.
Un’idea può darvela, se volete un paragone coi tempi moderni, uno scontro tra tifoserie o tra manifestanti e forze dell’ordine.
Si parla di scontri serrati, in cui spesso non c’è granché spazio per muoversi, in cui si deve lottare per stare in piedi, spintonati dall’urto degli avversari e dalla pressione delle proprie retrovie. La fatica nel colpire di continuo e con pochissime pause, doveva essere inumana e se a questo si aggiungono le ferite e lo shock di un combattimento in cui si faceva a pezzi il proprio avversario rimane davvero poco spazio per qualcosa che abbia anche lontanamente assonanza con il termine arte marziale.
La tecnica e il maneggio contava ma molto probabilmente non più di quanto contava forza, resistenza, morale e non ultimo, equipaggiamento.
Non è un caso che ancor oggi molti dei reperti che ci pervengono dai campi di battaglia siano impareggiabili per tempra, bilanciamento e capacità di offesa.
La tecnologia, affinato da una realtà in cui la guerra la si faceva davvero e spesso, aveva toccato vette che oggi difficilmente riusciamo a raggiungere.
Lo stesso discorso vale anche per l’addestramento.
Oggigiorno il nostro contesto culturale è un serio limite per comprendere quel tipo di scherma. Sia quella essenziale sul campo di battaglia che quella “da duello” ma comunque figlia di un’efficacia che non lascia spazio a raffinatezze fini a se stesse.
Uno studio serio in questo settore non deve dimenticare questi presupposti e, al pari delle riproduzioni che riusciamo a fare delle spade dell'epoca, deve avere l’onestà intellettuale di di ammettere di essere “una replica verosimile”.
Bibliografia:
La festa in armi - D. Balestracci.
L’arte occidentale della guerra - V.D. Huston
Comuni in guerra - A.A. Settia
Cavalieri e cavalleria nel medioevo - J. Flori
Il rumore sordo della battaglia - A. Scurati
Religion - T. Willocks
Q - L. Bisset
Articolo di Massimo Fenu
Si, talvolta basta anche una spada in plastica.
A tutti piace l’idea del cavaliere che combatte epici duelli e che si distingue in battaglia in intrepide azioni ma come doveva essere la realtà vissuta all’epoca?
L’idea del combattimento medioevale risente molto della sua immagine romantica dovuta, a tutta una letteratura di genere che ne ha costruito ed esaltato il mito.
Nulla di strano come in tanti film, se si eccettua forse Braveheart, venga riproposto questo cliché e di come la stragrande maggioranza degli appassionati di fantasy condividano questa immagine edulcorata.
La realtà storica, invece, come dimostrano trattati, reperti e sperimentazioni alla mano, era ben altra cosa. Per capirlo, però, occorre addentrarsi in un mondo completamente diverso dal nostro.
La violenza nel medioevo
All’epoca molto probabilmente un ragazzino di dodici anni aveva già visto, fatto e subito più violenza di quanto potrebbe oggi un uomo comune nell’arco della sua intera esistenza. Si aggiunga il fatto che quella che per noi oggi è l’adolescenza, era di fatto, per quei periodi un’età adulta e che sviluppo, vita e morte, seguivano periodi e cicli notevolmente più rapidi rispetto ai nostri.
Molto, di quello che era normalmente vissuto e dato per normale, per noi oggi non è nemmeno immaginabile. L’amministrazione della giustizia (l’uso della tortura, il supplizio inflitto a seconda dei vari reati, e i modi orribili di giustiziare i colpevoli), il modo di regolare le controversie (duello giudiziario, prove di Dio) e il concetto stesso di divertimento (battagliole tra quartieri o paesi fatte a sassate o a colpi di mazza e scudo) ci proiettano in una realtà davvero aliena dalla nostra.
Quando ci avviciniamo al modo di combattere dell’epoca, dunque, è bene tenere presente di una quotidianità nella quale la violenza era parte integrante.
Dover combattere o fare ricorso alla forza era una qualità che potrebbe essere paragonabile al nostro saper usare i programmi base di un computer. Una conoscenza forse non comune ma sicuramente condivisa e di cui un grandissimo numero di persone, pur non conoscendola a fondo, sa, quanto meno, di cosa si tratta.
La manualità nel Medioevo
Così, se la nostra era è quella della tecnologia e della comunicazione, quella medioevale può dirsi quella della Manualità. L’uso delle mani e del corpo semplicemente era imprescindibile. I lavori erano tutti pressoché manuali e richiedevano una conoscenza degli strumenti da usare precisa ed efficiente. non immaginiamo, per quel che concerne il combattimento, contadini esperti nelle arti marziali (come spesso si favoleggia in alcuni sistemi di matrice orientale). Un contadino, un fabbro, un boscaiolo o un macellaio non avevano nè tempo, nè voglia dopo una durissima giornata di lavoro di fare altro, tantomeno di allenarsi o di inventarsi un qualche modo raffinato per adattare i loro utensili alla guerra. Ma va da se che un boscaiolo sapeva come usare efficacemente una scure o un fabbro una mazza per colpire qualcosa e farlo a pezzi.
... ben diversamente da noi oggigiorno...
Queste abilità erano abilità condivise da larghi strati della popolazione e tenute, quotidianamente e giocoforza, ben allenate.
La scherma da campo.
I trattati che ci sono pervenuti erano per la maggior parte destinati aceti alti della società. Un pubblico nobile che poteva permettersi di finanziare un maestro d’armi, il suo tempo per la messa in opera di un volume più il costo dei materiali, della scrittura e miniatura dello stesso. Spese non da poco riservate ai nobili che, veri e propri professionisti della guerra, avevano a disposizione di armamento specializzato e di alta qualità, cavalcatura e spesso, con la speranza del riscatto, la possibilità in battaglia per nulla remota di essere presi come prigionieri piuttosto che uccisi.
A questi personaggi interessava il combattimento in termini di duello (giudiziario o d’onore) e in termini di giostra ovvero tecniche raffinate che potessero metterli in vantaggio rispetto ad altri; se dovevano affrontare la spesa di un libro difficilmente se lo sarebbero fatto fare su un addestramento di base che conoscevano già benissimo.
Sarebbe come se oggi un manuale di scuola guida spiegasse in dettaglio su che cos’è il volante, su come e perché si gira e che ruotandolo verso destra la macchina va a destra.
La trattatistica classica può dirsi imparentata (e forse nemmeno un parente stretto) con quello che era il combattimento sul campo ma di sicuro non era il combattimento sul campo. Per rendersene conto basta sfogliare alcuni manuali più recenti riservati all’addestramento specifico di corpi militari (ce ne sono di molto interessanti del XIX° secolo) e notare come ciò che si insegna concerne parate, attacchi e spostamenti di base, con particolare attenzione per la loro esecuzione in formazione ordinata.
Essenziale e automatizzato alla perfezione sono i due termini che descrivono bene la formazione di un soldato non tecniche raffinate, lunghe combinazioni di attacchi contrattacchi e contrattacchi sui contrattacchi.
In battaglia, nell’enorme confusione della mischia, devi saper fare poco, molto bene e con grande decisione. Quando si è sotto forte stress psicofisico, infatti, è davvero impossibile, oltre che inutile, provare azioni complesse.
Lo scenario di una battaglia
Il contesto di una battaglia è un mondo a parte. lasciate davvero perdere i film.
Un’idea può darvela, se volete un paragone coi tempi moderni, uno scontro tra tifoserie o tra manifestanti e forze dell’ordine.
Si parla di scontri serrati, in cui spesso non c’è granché spazio per muoversi, in cui si deve lottare per stare in piedi, spintonati dall’urto degli avversari e dalla pressione delle proprie retrovie. La fatica nel colpire di continuo e con pochissime pause, doveva essere inumana e se a questo si aggiungono le ferite e lo shock di un combattimento in cui si faceva a pezzi il proprio avversario rimane davvero poco spazio per qualcosa che abbia anche lontanamente assonanza con il termine arte marziale.
La tecnica e il maneggio contava ma molto probabilmente non più di quanto contava forza, resistenza, morale e non ultimo, equipaggiamento.
Non è un caso che ancor oggi molti dei reperti che ci pervengono dai campi di battaglia siano impareggiabili per tempra, bilanciamento e capacità di offesa.
La tecnologia, affinato da una realtà in cui la guerra la si faceva davvero e spesso, aveva toccato vette che oggi difficilmente riusciamo a raggiungere.
Lo stesso discorso vale anche per l’addestramento.
Oggigiorno il nostro contesto culturale è un serio limite per comprendere quel tipo di scherma. Sia quella essenziale sul campo di battaglia che quella “da duello” ma comunque figlia di un’efficacia che non lascia spazio a raffinatezze fini a se stesse.
Uno studio serio in questo settore non deve dimenticare questi presupposti e, al pari delle riproduzioni che riusciamo a fare delle spade dell'epoca, deve avere l’onestà intellettuale di di ammettere di essere “una replica verosimile”.
Bibliografia:
La festa in armi - D. Balestracci.
L’arte occidentale della guerra - V.D. Huston
Comuni in guerra - A.A. Settia
Cavalieri e cavalleria nel medioevo - J. Flori
Il rumore sordo della battaglia - A. Scurati
Religion - T. Willocks
Q - L. Bisset
Articolo di Massimo Fenu
